Sarajevo, addio al generale dei bambini, il cordoglio di Cisl e Iscos
Ci sono persone che riescono a dare vita alle parole, che trasformano i diritti umani in qualcosa di tangibili e comprensibile a tutti. E lo fanno con estrema eleganza, con quella gentile pacatezza che contraddistingueva Jovan Divjak, conosciuto in tutto il mondo come il generale nato a Belgrado che guidò la difesa di Sarajevo negli anni dell’assedio. Divjak è venuto a mancare giovedì a 84 anni lasciando a tutti il ricordo di una vita coerente e impegnata nella difesa dei valori della convivenza e del dialogo: “Cosa sono io? – raccontava pochi anni fa in un’intervista – Un cittadino del pianeta Terra. Perché noi siamo chi scegliamo di essere e l’identità non è immutabile. La mia scelta è stata la Bosnia Erzegovina. E chi ha assediato Sarajevo e mi chiamava e mi chiama traditore è lui un traditore, un traditore del genere umano”.
Divjak era però conosciuto in tutto il mondo come “il generale dei bambini” perché durante l’assedio fondò un’associazione per sostenere gli orfani della guerra. Divjak infatti dedica ai bambini il resto della sua vita, sostenendo migliaia di ragazze e ragazzi a crescere e studiare. Incitava i più giovani ad essere protagonisti di una vera pace, per lasciare alle spalle la violenza patita nell’assedio di Sarajevo, nei massacri avvenuti in ogni angolo del paese fino al genocidio di Srebrenica: «Io ho scelto di schierarmi con i più deboli, con chi non aveva armi e, soprattutto, con i cittadini che difendevano la mia stessa idea su quello che doveva essere la Bosnia Erzegovina, cioè un paese tollerante e multiculturale».
Divjak portava sul volto i segni del conflitto e delle terribili storie della guerra, nonostante questo era una persona dotata di energia, determinazione e anche di un profondo senso dell’umorismo. Era un indipendente che non ha mai risparmiato critiche a coloro che continuavano ad alimentare ingiustizie e nuove separazioni. Sognava un paese in cui lingue, fedi e culture potessero essere di nuovo unite, esprimendo in ogni suo intervento quella ricchezza che lo aveva fatto innamorare della capitale bosniaca: «Vivo da 40 anni nello stesso quartiere, a Sarajevo – racconta nel suo libro edito in Italia da Infinito edizioni – a due passi da un’antica chiesa ortodossa e da una moschea del XVI secolo. E salendo appena, da casa mia, raggiungo il seminario cattolico. Prima della guerra, quest’armonia, nata dalla differenza, si ritrovava nella vita d’ogni giorno… Sarajevo m’ha aperto gli occhi. Ero stupito nel vedere una città così ricca di grandi qualità umane, soprattutto la tolleranza e la generosità». Divjak però è diventato un simbolo non soltanto per Sarajevo e per la Bosnia Erzegovina ma per il mondo intero, ricevendo numerosi riconoscimenti tanto che nel 2006 a Ginevra viene nominato Ambasciatore universale della Pace.Il 14 marzo 2009 è ospite a Reggio Emilia del progetto “BiH – Arte, visioni, messaggi da Sarajevo” promosso dall’Amministrazione comunale che lo vede al mattino protagonista di un incontro con le classi del Matilde di Canossa e dell’Ariosto-Spallanzani. Al pomeriggio nell’ex Sinagoga di via dell’Aquila tiene un convegno dove racconta alla città la sua storia, condivide le sue speranze ma anche le sue preoccupazioni per un’Europa sempre più dominata dai movimenti nazionalisti e dai separatismi. I
l carisma e la determinazione di quest’uomo lasciano il segno e quando il 2 marzo 2011 – su richiesta del governo serbo – viene arrestato all’aeroporto di Vienna, la stampa e la politica reggiana si mobilitano per la sua liberazione. In sala del Tricolore il Consiglio comunale approva il 7 marzo dello stesso anno una mozione per prendere posizione verso le autorità austriache per la sua liberazione. La pressione della comunità internazionale costringe Vienna alla scarcerazione ma, nonostante questo, a Divjak è vietato fare ritorno a casa per diversi mesi fino a quando le autorità austriache accertano la totale infondatezza delle accuse mosse dal governo serbo che lo ha sempre considerato un traditore. Lo spessore umano di Divjak lo fa diventare un simbolo anche per molte organizzazioni reggiane impegnate in iniziative di solidarietà e cooperazione nei balcani. Numerosi sono gli incontri a Sarajevo con i rappresentati di Cisl Emilia Centrale, Iscos – da Reggio e Bologna, in queste ore il loro messaggio di cordoglio ndr – , Mirni Most e altre associazioni giovanili, durante questi momenti vengono attivati nuovi progetti con organizzazioni della società civile in Bosnia Erzegovina. Divjak è protagonista anche di numerose produzioni video, mostre e pubblicazioni dedicate alla storia dei balcani realizzate da autori reggiani, l’ultima sua “apparizione” virtuale a Reggio è avvenuta lo scorso luglio per il 25° di Srebrenica con la proiezione al cinema ex Stalloni de “La pace fredda. È davvero finita la guerra in Bosnia Erzegovina?”, un docufilm che raccoglie una sua toccante testimonianza. La sua umanità si respira nei messaggi che accompagnano le immagini pubblicate sui profili social di tanti reggiani che lo hanno incontrato e piangono la sua scomparsa. E, se è vero che la vita è fatta di incontri, ci sono incontri che lasciano un peso nel fondo della propria anima. Che questo “peso” sia responsabilità, cura, dialogo, comprensione o partecipazione, poco importa. Perché Divjak ci ha insegnato che i sogni sono più belli se almeno li proviamo a realizzare insieme.
(Gianluca Grassi, da Gazzetta di Reggio del 10 aprile 2021)
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Segnaliamo anche questo articolo di Huffington Post.